Ma l’iperspazio esiste veramente?

Se siete reduci dalla visione dell’ultimo capitolo di Star Wars avrete nuovamente familiarizzato col concetto di Iperspazio. Un modo molto furbo per muoversi velocemente all’interno della galassia. Ma la realtà delle cose non è così.

Le possibilità per l’uomo di colonizzare lo spazio dipendono principalmente da due fattori: il tempo e l’adattabilità. Mentre per la seconda questione stiamo facendo passi avanti, con astronauti che soggiornano nello spazio per tempi lunghissimi in moduli spaziali internazionali, sul primo abbiamo ancora problemi. Perché il tempo è fondamentale per percorrere lo spazio. Quello che noi chiamiamo Spazio è 500 chilometri sopra le nostre teste, anche se l’atmosfera finisce molto prima (la cosiddetta orbita geostazionaria). I film ci hanno abituato a concetti come wormhole spazio-temporali (Interstellar) e iper-spazio (Star Wars), ma nella realtà non è così che funziona. Abbiamo sviluppato una tecnologia in grado di farci uscire dalla gravità terrestre attraverso la costruzione di potenti razzi a propulsione liquida. L’esperienza stessa del movimento nello spazio è molto particolare. In assenza di attrito domina lo stato di inerzia. Un corpo procede per moto inerziale rettilineo fino a che non incontra un campo gravitazionale che lo attira. Non si può frenare, ma solo accelerare in questo caso. Per frenare gli astronauti usano i retrorazzi. Ad esempio: durante la fase di discesa verso la Luna, gli astronauti dell’Apollo 11 attivarono i retrorazzi per attutire gli effetti della discesa al suolo, non potendo usare un paracadute o una sorta di freno (in assenza di atmosfera).

Ciò significa che qualunque movimento nello spazio implica un’accelerazione. Riusciamo ad ottenerla grazie ai progressi della tecnica che, bisogna ammetterlo, sono un’evoluzione della tecnologia bellica nazista: i razzi a propulsione. I missili, giganteschi nella loro capacità di carico e spinta, sono in grado di mandare oltre l’atmosfera i moduli per la stazione spaziale, mettere in orbita sonde, satelliti e tutto ciò che riteniamo utile per la ricerca e le telecomunicazioni o la difesa. Il problema è come sempre il carburante. Esso si esaurisce dopo un po’ di spinta. Anzi, il consumo è estremo visto che la spinta deve poter generare una velocità superiore ai 20.000 chilometri orari per uscire dall’atmosfera.

Per ovviare a questo problema, i tecnici della NASA e di altre agenzie spaziale riescono raggiungere distanze siderali, come quelle raggiunte da New Horizons, che ha esplorato il lontanissimo Nettuno, grazie alle fionde gravitazionali. Siccome l’attrazione gravitazionale produce un’accelerazione basta far compiere delle orbite intorno a un pianeta per acquisire una spinta importante, dalla quale si esce semplicemente modificando la velocità (una volta che si sale su un’orbita superiore la velocità acquisita farà schizzare via la sonda). Questi sono i metodi con i quali ci muoviamo attualmente nello spazio e che non ci fanno sperare, nell’immediato, in grandi viaggi interspaziali.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *