Le sparatorie di massa sono contagiose?

In un articolo pubblicato su Quartz la giornalista Olivia Goldhill si chiede se le sparatorie di massa che stanno capitano in America (le ultime a Dallas e Baton Rouge) abbiano un qualche legame psicologico, se cioè dietro queste stragi ci si un elemento di contagio e di emulazione.

Gli psicologi conoscono bene il cosiddetto effetto Werther: prende il nome dal suicidio di Werther il protagonista del celebre romanzo breve di Goethe. Secondo questo effetto la sola notizia di suicidi celebri o comunque che colpiscono molto l’immaginario collettivo, sarebbe sufficiente a scatenare l’emulazione di simili gesti. Alcuni psicologi arrivano a dire, per esempio, che non conviene prendere l’aereo il giorno dopo la notizia di un suicidio di una persona molto famosa, perché questa potrebbe spingere chi è indeciso a fare il grande passo. E se l’indeciso fosse un pilota, allora sarebbero guai (esistono almeno tre casi documentati di aerei con passeggeri a bordo, fatti cadere dal pilota suicida, ultimo il volo German Wings del marzo 2015).

Secondo questa teoria comunque riferibile alle sparatorie di massa, la giornalista nota come spesso gli autori delle stragi ammirino gli autori degli attacchi precedenti. Il massacro che fa da paradigma è quello famigerato della scuola Columbine, narrata magistralmente in un documentario di Michael Moore. L’effetto contagio è aumentato dal fatto che viviamo in un mondo iper-informato, nel quale le informazioni di un evento sono immediatamente accessibili, sia attraverso le tv, sia soprattutto attraverso il web, sul quale viene veicolata la notorietà. In pratica, la copertura mediatica di un evento come quello di Dallas è impossibile da ottenere e non è detto che non abbia influito su quello di Baton Rouge (le modalità sono le stesse: si spara sui poliziotti). Negli Stati Uniti alcuni editorialisti si sono chiesti se non dobbiamo cambiare il modo di definire l’attentatore, come ad esempio quello di Nizza, definito “lupo solitario”, una definizione poetica a disposizione per chi vuole lanciarsi in un’emulazione della strage.

Di certo, sembra che internet sposti di lato la soglia dell’attenzione su questi fenomeni, come se ci costringesse ogni volta a diminuirne la portata, per via dell’elevata frequenza. Come se ci stessimo abituando al fatto che esistano dei folli disposti a sparare sulle persone, ad altezza uomo, in qualunque parte del mondo e che ciò faccia parte del mondo contemporaneo. I media hanno responsabilità in tutto ciò? Ovviamente no: non è il modo di raccontare un evento che lo determina, ma di sicuro internet ha cambiato la visione che abbiamo di noi stessi, che da perfetti anonimi possiamo essere portati alla ribalta in poco tempo grazie a una presenza sociale, virale, del tutto inaspettata. Che ciò abbia delle ricadute positive o negative dipende proprio dai casi. Di sicuro il suicidio è contagioso e molte di queste azioni efferate conducono quasi sempre alla morte dello stragista, come se egli accettasse fin da principio la propria missione kamikaze, anche quando si lascia coinvolgere in una sparatoria contro forze nettamente superiori, come è successo al Bataclan o all’aeroporto di Istanbul. La scienza psichiatrica ha dimostrato la verità scientifica dell’effetto Werther e l’esposizione mediatica delle stragi, che comprendono quasi sempre un sucidio dei suoi autori, non può non preoccupare.

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