Lasciare l’Italia, ma perché?

In rete sono sorti negli ultimi anni numerosi siti che propongono le cosiddette fughe all’estero: lasciare il nostro paese a zero crescita, per andare a vivere un’esperienza di vita in un altro paese, lontani dai guai del nostro paese.

Sul fatto che l’Italia non funzioni si potrebbero scrivere fiumi di inchiostro: la burocrazia non permette alle imprese di liberarsi di inutili laccioli e costi, che inficiano la loro competitività sul mercato. Le troppe tasse tolgono il sonno anche agli imprenditori più avveduti e onesti. Le pensioni minime sono basse, i prezzi continuano a salire, soprattutto i servizi non sono all’altezza delle aspettative. Si vive relativamente bene in provincia, ma spesso senza reali sbocchi per il lavoro.

Questa tendenza a lasciare un paese poco meritocratico, fondamentalmente mafioso e mammone, non viene solo dai giovani. Numerosi servizi televisivi hanno messo in luce il fenomeno dei pensionati che vanno a vivere in paesi ancorché dell’Unione Europea per godersi la pensione, spesso però non si tratta di pensioni al minimo. In fondo l’arte di arrangiarsi è nostra a tutte le età.

Ma i motivi di fondo per cui si lascia il paese possono essere tanti.

Anzitutto il lavoro che manca, anche nelle ultime cifre sulla disoccupazione si può notare come quella giovanile fatichi davvero a rientrare. Le cifre al sud sono allarmanti, praticamente un giovane sui due non trova e non cerca lavoro, ha rinunciato, non crede che il sistema lo aiuti. Sempre più sono i laureati a spasso, sia triennali, sia specializzati. Tanti giovani denunciano il fatto che sono costretti ad accettare lavori per i quali non hanno studiato, c’è un totale scollamento tra preparazione universitaria e mercato del lavoro, con veri e propri paradossi.

La meritocrazia è pochissima: se si entra nei posti pubblici raramente lo si fa per dei meriti. Il settore privato non è affatto immune dalle raccomandazioni comunque. E al Sud, dove la percentuale di senza lavoro è appunto stellare, questo fenomeno assume caratteristiche di sistema in regioni molto popolose.

La corruzione è presente a tutti i livelli. C’è la netta percezione che il paese non possa cambiare, che si accetti il sistema della raccomandazione e della corruzione sia perché in fondo conviene, sia perché non è invalso il comportamento opposto, civico e civile. Lo si vede anche nelle recenti cronache sul disastroso terremoto in Lazio e Marche: sui morti si piange, ma i crolli spesso sono determinati da incuria, corruzione, approssimazione.

Si dice sempre che noi italiani siamo bravi, arguti, intelligenti, ma ormai ce lo diciamo solo noi. Tutti gli indicatori economici e sociali ci stanno dicendo che da decenni ormai ci stiamo scavando la fossa. Non è nemmeno vero che i millennial siano la salvezza: a tutti gli effetti sono giovani allo sbando, senza prospettive, eccessivamente coccolati da genitori che hanno avuto tutto dallo stato sociale. L’Italia resta il bel paese, ma i suoi abitanti dovrebbero cambiare immediatamente rotta.

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