La vita nello spazio, il punto di partenza

L’esplorazione dello spazio necessita di grandi fondi, risorse in denaro da mettere in conto ai governi e quindi fondamentalmente ai contribuenti. Ma la prossima vera frontiera spaziale non è Marte, ma la vita al di fuori della Terra. Lo dimostrano le lunghe permanenze per scopi scientifici degli astronauti e degli scienziati sulla Stazione Spaziale Internazionale (ISS), che da qualche mese vede tra i suoi ospiti l’astronauta italiana Samantha Cristoforetti (@astrosamantha su Twitter). I romanzi di fantascienza e le ottimistiche previsioni degli anni Settanta e Ottanta ci hanno abituato a scenari tutt’ora irraggiungibili: famigli che si spostano tra spazi interstellari, bambini procreati sulla Luna, popoli che colonizzano pianeti e costruiscono civiltà basate sui tanti miti dei nostri antenati. Per adesso non c’è nulla di tutto ciò, ma non vuol dire che non accadrà. Se l’umanità sarà sufficientemente saggia da non rovinarsi con le proprie mani, è possibile che entro un millennio essa avrà raggiunto ciò che serve per spostarsi al di fuori della Terra. E principalmente ciò che serve sono due cose: un sistema di locomozione abbastanza veloce da non pregiudicare il viaggio; la tecnologia di sopravvivenza in climi e condizioni estreme, che non permettono la vita.

Ma la colonizzazione umana dello spazio ha anche una rilevanza filosofica. È l’espansione della nostra civiltà, del nostro modo di essere. Tra un millennio, quando tutto ciò sarà possibile, gli esseri umani potranno trascorrere – se vogliono – la loro intera esistenza nello spazio, in gigantesche megalopoli spaziali; essi saranno i primi veri abitanti del cosmo, pionieri di una nuova ondata evolutiva che retrospettivamente apparirà tanto importante quanto il momento in cui i primi pesci uscirono strisciando sulla terraferma. I primi passi verso l’annotazione permanente nel cosmo, come detto, sono già stati avviati sulla base di uno spirito di collaborazione tra le principali potenze, nato già al tempo della Guerra Fredda, quando la corsa allo spazio era una questione di prestigio. I cosmonauti sovietici hanno battuto tanti record di permanenza nella vecchia stazione spaziale MIR, che era diventata nel frattempo un dock di attracco per le sonde e le navette spaziali. Non acclamata dal clamore mediatico suscitato dalle missioni Apollo, l’impresa sovietica mirante allo sviluppo di stazioni spaziali a lunga permanenza è servita per ottenere i risultati che oggi vediamo: moduli e laboratori in orbita, che consentono operazioni su larga scala. Una lezione da apprendere dall’esperienza dei voli prolungati nelle stazioni spaziali è che gli esseri umani possono vivere senza pericoli in assenza di peso per un anno o più, un tempo dal quale si conta di andare e tornare su Marte, un pianeta passibile di colonizzazione.

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