Il programma spaziale dello Shuttle

L’ultimo decennio del secolo scorso ha visto un cambiamento profondo nello scenario dell’astronautica, la disciplina che studia e sviluppa il volo spaziale, le cui conseguenze si vedono ancora oggi, nonostante l’abbandono di alcuni programmi storici di volo. Questo mutamento è il frutto di una serie di avvenimenti accaduti negli USA e nell’allora URSS, paesi in cui veniva e viene tuttora condotta la maggior parte dell’attività spaziale (oggi in Russia) e le cui scelte hanno sempre influenzato ogni iniziativa avviata in altre nazioni del pianeta. Alla base c’era la necessità di contenere le spese che si riassume nella tendenza a riutilizzare più volte, e per scopi diversi, gli stessi mezzi.

L'ultimo lancio del Columbia, prima del disastro.
L’ultimo lancio del Columbia, prima del disastro.
Tutto è cominciato nel 1981, coll’inizio dei voli delle navette riutilizzabili della NASA (shuttle Columbia, Atlantis, Discovery e Challenger), le quali avrebbero dovuto materializzare un’autentica rivoluzione nel trasporto spaziale. L’illusione che fosse tutto estremamente facile e di routine fallì nel giro di soli 5 anni, quando la navetta spaziale Challenger scoppiò in cielo dopo due minuti di volo a Cape Canaveral provocando la morte dei 7 astronauti dell’equipaggio. Recentemente si sono ricordati venti anni dal tragico evento. Questa tragedia, oltre a bloccare due anni la NASA, indusse una revisione dell’impostazione data al trasporto in orbita mediante l’uso dello shuttle, che doveva servire ogni tipo di esigenza: dal trasporto dei satelliti commerciali ai satelliti scientifici, dal lancio in orbita, e che soddisfaceva inoltre parte delle esigenze militari avendo il progetto potuto svilupparsi grazie a un contributo molto sostanzioso del Pentagono (il ministero della difesa americano). Concentrare gli sforzi sullo shuttle aveva tra l’altro comportato come conseguenza l’abbandono in linea di principio del tradizionale razzo-vettore e l’avvio del graduale smantellamento delle linee di sviluppo e produzione.

A dire il vero, anche prima del disastro del Challenger i primi 5 anni di impiego della navetta spaziale avevano dimostrato il fallimento degli obiettivi che ne avevano guidato la costruzione. Essa si rivelò infatti un sistema molto più complesso del previsto, e quindi troppo delicato, vulnerabile e difficile da gestire per consentire un rapido e frequente impiego tra la Terra e l’orbita. L’aggravio di costi si dimostrò poi disastroso per l’economia della NASA se si pensa che ogni lancio arrivò a raggiungere un costo che, nella prima metà degli anni novanta, quando le navette partecipavano alla messa in orbita della stazione spaziale internazionale (ISS) o del telescopio spaziale Hubble, pari ad almeno 400 milioni di dollari. Dopo il primo incidente l’uso dello shuttle perciò fu ristretto a missioni scientifiche e al trasporto di carichi di interesse nazionale, come appunto è stata l’ISS. La successiva tragedia del Columbia, nel 2003, ha messo fine al programma spaziale Shuttle, che era stato prolungato ben oltre la sua vita naturale, costringendo gli scienziati americani a tornare momentaneamente al razzo-vettore, in attesa di sviluppare un nuovo tipo di navicella riutilizzabile.

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